Nuovo orario della biblioteca/videoteca "Oberon"

Informiamo gli/le utenti della biblioteca/videoteca "Oberon" che, a partire da martedì 29 maggio, l'orario di apertura settimanale sarà modificato come segue:

martedì: dalle ore 17 alle ore 19 (anziché dalle 18 alle 20)
sabato: dalle ore 15 alle ore 18 (invariato)

--------------------------------------------------------------
Milk LGBT Community Center
Via A. Nichesola 9
37132 Verona

FUORI CONCORSO: "Tarken" di Zeno Menegazzi


Tarken, di Zeno Menegazzi

Mi svegliai di soprassalto per un improvviso rumore e lo sguardo mi cadde subito sull’orologio olografico che ad intermittenza proiettava ora e data stellare sul muro metallico ammuffito della stanza. Voltandomi vidi il mio stupendo Tarken ancora addormentato profondamente, con il viso che emanava una strana luce di serenità.
Tarken è il mio uomo, un giovane Aliciano, che conobbi alcuni anni fa durante una battuta di caccia sul suo pianeta natale, Alice 7*. Definirlo “uomo”, cioè di razza umana, per molti terrestri “puri” come me, sarebbe una parola forte, quasi una bestemmia, perché la razza a cui Tarken appartiene, è il risultato straordinario della fusione fra gli alieni nativi originari di Alice 7 e i primi minatori-colonizzatori terrestri, che le compagnie commerciali interplanetarie inviarono su oltre settecento sistemi allora sconosciuti.
Dopo quasi un secolo di guerre, alla fine del 24° secolo, le due razze si mescolarono e ne nacque l’attuale popolazione residente di Alice 7. Una razza forte, potente e longeva, con le migliori caratteristiche degli antichi umani-mammiferi , e quelle degli ancora più antichi aliciani-rettili.
Quello che mi colpì, che mi stregò di lui la prima volta che lo vidi, furono soprattutto gli occhi; grandi e di un rosso scarlatto intenso e brillante. Il bianco sorriso e la barbetta viola scuro fecero il resto.

Fui inviato su Alice 7 come esploratore militare in forza ai Marines del NCI (Nono Contingente Intergalattico), truppe scelte d’attacco mandate dal governo centrale dei sistemi uniti, per arginare la dilagante rivolta in atto già da diversi mesi su molti sistemi planetari periferici.
La mia missione, assieme all’aiuto di altri due sergenti, era quella di infiltrarmi nelle tribù di cacciatori e pastori aliciani che vivevano nel grande deserto centrale, luogo dove gli alti vertici delle forze armate intergalattiche ritenevano si nascondessero i leader della rivolta. Non era facile per me e i miei commilitoni svolgere il nostro compito, l’ostilità e la diffidenza degli aliciani nei nostri confronti era palpabile, dietro ogni abitante, sia stato esso adulto, anziano, giovane, donna o bambino, poteva nascondersi un potenziale nemico, qualcuno che avrebbe potuto ucciderci nel sonno o avvelenarci.
Tutto ciò era comprensibile; gli errori strategici che negli ultimi mesi i militari avevano compiuto con relative stragi di civili erano stati innumerevoli, Cyborg H20 da battaglia, droni F20 e ogni nuovo tipo di arma veniva periodicamente sperimentato sugli abitanti di dei tre mondi abitati del sistema Alice.

Ci vollero più di 10 giorni di viaggio massacrante a dorso di Bantho*, per raggiungere uno sperduto villaggio di cacciatori sulle montagne rosse nel bel mezzo del soffocante ed arido deserto centrale, luogo dove da anni non cadeva una goccia d’acqua e dove le tempeste di zolfo potevano colpirci da un momento all’altro, riducendoci in polvere nera. Nonostante i pericoli ed un estremo disagio, ricorderò per tutta la mia terrena esistenza quel tragitto che mi portò a vedere per la prima volta l’amore della mia vita. Attraversai paesaggi selvaggi e mozzafiato, attraverso pianure di corallo polverizzato, sicuramente ciò che rimaneva degli antichi mari di Alice 7, dirupi granitici vertiginosi e costruzioni in rovina di estinte civiltà, coloratissime tempeste magnetiche ed animali terricoli mai visti.
Quando arrivammo al villaggio dei cacciatori Schardean*, arroccato su una parete rocciosa, a ridosso di quello che probabilmente fu un antico monastero, fummo subito portati nella dimora del capo tribù per presentare le nostre credenziali di esploratori militari ed illustrare la nostra missione. Gilean, il signore degli Schardean era un uomo alto, come in genere tutti quelli della sua stirpe, dalla apparente età di circa 170 anni, con molte ed evidenti ferite di caccia ed innumerevoli tatuaggi rituali. Il colloquio durò diverse ore, durante il quale si discusse di politica interplanetaria, dei problemi concreti degli aliciani, una discussione a momenti estenuante e tesa, durante la quale, Gilean tentò invano di farci credere che il suo popolo non aveva nulla a che fare con la rivolta. Noi, per non incancrenire la situazione e visto che eravamo “suoi ospiti” forzati a centinaia di km da qualsiasi presidio militare o centro civilizzato, facemmo buon viso a cattivo gioco, facendogli credere che eravamo convinti di quanto egli affermava.
Con questo rasserenato clima, Gilean chiamò uno dei suoi luogotenenti e gli disse di organizzare una festa di benvenuto per noi la sera stessa. Le feste delle tribù desertiche Aliciane, come gli Schardean, duravano tutta la notte; c’è da dire che le notti su Alice 7, cioè di buio pesto, erano di sole quattro ore. Il pianeta infatti era illuminato da un sistema binario di nane bianche*, ovvero due stelle della stessa classe del sole della Terra. Quando tramontava Olphos* c’erano quattro ore di buio, non del tutto profondo; una specie di nostra alba o tramonto. Poi sorgeva Rolos*, l’altro sole molto più luminoso e caldo, anche perché più vicino e poi altre quattro ore di buio, questa volta più intenso per rivedere di nuovo Olphos*…e così via. Questo era il ritmo di sempre sul pianeta, con stagioni di 24 mesi, piogge intense solo un mese l’anno e una temperatura che non scendeva mai sotto i 35°.
La sera arrivò, Rolos* era tramontato da circa dieci minuti e nel grande piazzale del villaggio iniziava ad arrivare la gente abbigliata per l’occasione con splendidi costumi tradizionali. La musica e le danze erano iniziate davanti a grandi falò alimentati da una specie di carbone rossastro, presente in abbondanza nella zona. L’atmosfera era piacevole e gioiosa, e fu in quel momento che la mia vita cambiò per sempre. Gilean si avvicinò a noi in bellissimi e sontuosi abiti cerimoniali e salutandoci pubblicamente davanti ai suoi luogotenenti e dignitari, volle presentarci suo figlio Tarken.

Ricordo che rimasi folgorato e ammutolito dalla bellezza raggiante di quel giovane Schardean, Tarken ci salutò con un inchino reverenziale pronunciando solo “Benvenuti amici”. Tarken era alto all’incirca un metro e settantacinque, e al momento del nostro incontro portava il costume cerimoniale da cacciatore, con solamente un gonnellino in pelle di Bantho*, decorato con sgargianti colori fluorescenti e amuleti di ogni tipo; sul lato destro della cintura in metallo, c’era infilato il pugnale sacro da caccia, che ogni giovane Schardean riceveva al momento del passaggio nell’adolescenza, all’incirca intorno ai trent’anni. La sua pelle era di un blu cobalto intenso, con riflessi argentati, mentre i capelli viola scuro come la barbetta erano raccolti in treccine che cadevano sulle spalle larghe tatuate. La muscolatura possente e ben definita sembrava addirittura scolpita.
Da quel momento non riuscii più a staccare gli occhi da quell’essere fantastico, ero già perdutamente innamorato e allo stesso tempo spaventato. Anche a Tarken successe la stessa cosa nei miei confronti, ed in seguito questo me lo disse. Oggi ho 45 anni terrestri (un aliciano alla mia età sarebbe poco più che un bambino) e ancora mi ritengono un bell’uomo, ma allora ne avevo 34 ed ero al meglio della mia forma fisica. Avevo da poco finito l’addestramento militare, con tante ore di combattimento simulato, ginnastica, nuoto e palestra, i giorni di viaggio nel deserto poi, mi avevano lasciato un’affascinante abbronzatura, che mi rendevano il volto ed il fisico ancora più bello. Cosa che aveva notato anche uno dei miei commilitoni, al quale avevo la sensazione di piacere.
Io e Tarken restammo vicini tutta la festa, sdraiati su ampi cuscini e chiacchierando di tutto il possibile come ci fossimo sempre conosciuti, poi… ad un certo punto, lui mi mise una mano sulle labbra, zittendomi; si alzò in piedi e annunciò a tutti di voler fare la “danza dei due soli”.
La “danza dei due soli” era un’antichissima danza che rappresentava la vita attraverso il moto cosmico di Rolos ed Olphos, che quasi sempre veniva dedicata alla persona amata o con la quale si voleva trascorrere il resto della propria vita. Alla fine della danza si doveva raccogliere una conchiglia e lanciarla fra le mani della persona desiderata. Tarken eseguì una stupefacente e sensuale danza, fra acrobazie, piroette e movimenti erotici del corpo, tutto nella suggestiva luce di Olphos che stava risorgendo. Alla fine della sua esibizione, raccolse una conchiglia bianca e la lanciò fra le mie mani. Quel gesto lasciò tutti i presenti di sasso, compreso il sottoscritto che non se lo aspettava.
L’omosessualità è da sempre accettata nella cultura delle popolazioni aliciane; grandi condottieri del passato e anche grandi regine furono dichiaratamente gay o lesbiche, che vivevano e combattevano al fianco dei propri amanti. Questo non era un problema.
Quello che suscitò stupore ed imbarazzo fra gli schardean alla festa, fu il fatto che questa palese dichiarazione d’amore sia stata rivolta verso un alieno, uno che era considerato un potenziale nemico, oltre che una persona che Tarken aveva conosciuto solo da poche ore.
Mi ricordo che in preda all’imbarazzo mi ritirai immediatamente nei miei alloggi, terrorizzato anche nel pensare quello che sarebbe successo poi. Saremo stati cacciati? O imprigionati? Uccisi?
I miei commilitoni erano in preda al panico, e John, il sergente che a mio parere era interessato a me, mi accusò di essere stato troppo leggero nel dare amicizia a Tarken. “come hai potuto, questa gente è selvaggia” continuava a gridare…”Si comportano come bambini”, e poi “Tu dovevi immaginarlo e mantenere le distanze” e così via.

Nonostante la tensione ci addormentammo in un sonno profondo, e verso metà del giorno, fummo svegliati da un forte suono di corno; La battuta di caccia era iniziata.

Una giovane guardia personale di Gilean venne a chiamarci, per dirci che al capo avrebbe fatto piacere che noi tutti partecipassimo alla battuta, invito che non potevamo certo rifiutare, nonostante l’ansia e la preoccupazione.
Ci prepararono e ci vestirono come veri cacciatori Schardean, ci accompagnarono sul piazzale del villaggio, dove una ventina di uomini già in sella ai rispettivi Bantho ci stavano aspettando, ci fecero salire sui nostri giganteschi animali e la carovana partì inoltrandosi nel deserto. La caccia consisteva nel seguire per giorni le migrazioni dei Rodan*, grandi rettili alati, molto simili ai pteranodon del periodo giurassico sulla Terra. Una volta individuato il luogo dove i Rodan scendevano dal cielo per nidificare o mangiare, i cacciatori li accerchiavano e con varie tecniche li uccidevano o li catturavano.
Questi animali erano la principale fonte di cibo ed altre materie prime, oltre all’ottima carne commestibile, si usavano anche la pelle, i tendini, le ossa e anche le interiora per farne oggetti ed utensili. Gli animali adulti e più forti venivano anche catturati per addestrarli e farli diventare dei mezzi alati da cavalcare o trasportare in volo le merci.
Durante il viaggio, Gilean mi si affiancò e mi disse che non era assolutamente d’accordo con la scelta del figlio, ma che purtroppo per tradizione non poteva farci niente. La danza dei “due soli” era sacra e per questo anche la scelta amorosa che il danzatore fa, non va messa in discussione. Perciò si raccomandò di cuore di trattare bene il figlio, di amarlo e di rispettarlo, perché da quel momento in poi sarebbe stato mio. Io non riuscivo a credere a quello che stavo sentendo, ma allo stesso tempo ero felice come non lo ero mai stato nella mia vita fino a quel momento. Giurai a Gilean che mi sarei curato del figlio, nonostante non lo conoscessi ancora del tutto bene e che di quell’esperienza ero ancora incredulo.
Nei giorni successivi, durante la battuta di caccia, io e Tarken ci conoscemmo in modo approfondito, in tutti i sensi. Fare l’amore con lui, sentendo fra le mani le vibrazioni del suo splendido corpo, era ogni volta una cosa paradisiaca, nonostante non fosse stato il mio primo rapporto omosessuale…il periodo di addestramento nell’esercito, non è solo fatica o sudore, spesso riserva piacevoli incontri.
Nei giorni successivi, i miei due commilitoni, stremati dalle fatiche, ripartirono per tornare alla base militare, mentre io non vi feci mai più ritorno.
Decisi di vivere fra gli Schardean, come uno di loro, con il mio bellissimo giovane amore, cacciando e facendo l’amore ovunque, felice e libero.
Scoprii dopo qualche tempo che i veri leader della rivolta su Alice 7 erano proprio Tarken e suo padre Gilean, ma oramai ero uno di loro.
Con il passare degli anni però, la guerra contro la rivolta nel sistema aliciano si intensificò. Le stragi e i bombardamenti nei principali centri dei pianeti fratelli aumentarono. Ogni giorno il governo intergalattico inviava sempre e più numerosi contingenti armati delle più sofisticate armi di distruzione, e noi non eravamo più al sicuro.

Oggi sono qui, dentro una piccola e puzzolente stanza a bordo di un incrociatore da battaglia dell’AAPF (Alleanza Aliciana dei Pianeti Fratelli), così si è denominata oggi “la rivolta”, in rotta verso Alice 9, per dare aiuto ai fratelli di quel pianeta in difficoltà.
Non so cosa accadrà quando giungeremo nel mezzo della battaglia, è molto probabile che saremo annientati, vista la disparità di forze fra noi e i terrestri intergalattici. “La morte non mi fa paura”… penso, continuando a guardare il mio splendido uomo alieno, con il suo candido volto da bambino sognante, sia benedetto il giorno in cui l’ho conosciuto che mi ha reso libero e felice.


*Alice 7: Pianeta appartenente ad un sistema di 12 pianeti, di cui solo tre ospitano una vita animale e vegetale. Arido e semidesertico, ruota attorno a due soli (binario); Olphos e Rolos. Popolazione di soli 20 milioni di umanoidi, metà rettili e metà mammiferi.

*Bantho: Giganteschi rettili simili alle iguane terrestri, usati dai cacciatori come animali da trasporto di persone e cose.

*Rodan: Sono i fratelli “Alati” dei Bantho, simili ai “Pteranodon” dell’era dei dinosauri sulla Terra. Cacciati per cibo e per farne cose o utensili, ma anche come mezzi di trasporto volanti.

*Schardean: Antica tribù di cacciatori aliciani che vive nelle oasi e sulle montagne del deserto centrale. Molto longevi come età media (circa 200 anni), con la pelle di colore blu .

*Olphos e Rolos: Stelle denominate scientificamente “Nane bianche”; Astri dalle dimensioni simili al nostro sole. Olphos un po' più piccolo e distante rispetto ad Alice 7, mentre Rolos più grande con luce e calore più intensi.

Il racconto è cronologicamente immaginato nel 26° secolo, secondo la datazione terrestre.


Dedicato a “Moebius” Jean Giraud - 8 Maggio 1938 / 10 Marzo 2012
Grande fra i grandi disegnatori, illustratori e creatori della fantascienza, fra i miei migliori ispiratori.


Concorso "Dove nessuno è mai venuto prima": "Uno Spazio intergalattico nel corpo e nel cuore" di Thomas Ubaldini

Uno Spazio intergalattico nel corpo e nel cuore, di Thomas Ubaldini


Anno 2959 della Quinta Era. Insediamento Umano nel Sistema Solare. Venere, Marte, Giove e Saturno: completato. Urano e Nettuno: in attuazione a partire dal 2944.
L'astronave JXY è immota fuori dal cerchio gravitazionale di Urano. Adim Kamendy osserva assorto il color verde acqua del pianeta e si scopre nostalgico verso l'acqua dell'antico pianeta Terra. Tra un'ora dovrà equipaggiarsi per un sondaggio ravvicinato. Obiettivo: analizzare, tramite prelievo di materia, le componenti bio-chimico-fisiche della prima fascia dei 10 anelli di Urano. Brian O'Shea è stato scelto per affiancarlo nell'Operazione11 al di fuori dell'astronave JXY e in totale assenza gravitazionale: non sarà un lavoro facile sebbene già tentato 10 volte. Brian O'Shea… Adim si sofferma per un istante a pensare al collega, di antica stirpe terrestre gaelica, mentre lui appartiene a quella persiana. È strano che nonostante siano trascorsi più di 4 secoli da quando la razza Umana si è insediata nel Sistema Solare, i loro nomi ed il loro sangue e lembi del loro retaggio mantengano una radice ancora terrestre. Invece i figli di sangue misto tra la razza Umana e quella degli Ossimori ormai non ricordano quasi nulla della Terra. Per Adim non è così. Il tempo stringe: è ora di prepararsi. Adim distoglie lo sguardo da Urano e, mentre percorre i lunghi corridoi dell'astronave, si scopre piacevolmente a pensare al volto di Brian. Adim e Brian si incontrano nella cabina di decompressione e prendono ad equipaggiarsi. Brian ha uno sguardo lambiccante mentre lo saluta e si confrontano nel ripasso degli ordini del Comandante. Ad Adim non dispiace affatto e, anzi, la cosa gli indurisce repentinamente il pene: ha 35 anni e il sesso con le donne non lo ha mai attratto. D'altro canto, non ha nemmeno avuto esperienze dirette di sesso tra maschi e si scopre, più che imbarazzato, inebriato. Sì, ricorda bene i retaggi di secoli prima sulla Terra dal cui pianeta ancora scorre il suo sangue, lo stesso che ora gli pulsa una passione galattica e conosciuta fin dentro al suo cazzo nell'osservare Brian; un retaggio oscuro che aveva causato dolore e sofferenza a quell’antica gente: a tutti veniva fatta, da 150 anni, civili o operatori spaziali, un'accurata analisi del DNA e delle componenti energetiche del sangue per mantenere in memoria tutta la vastissima Storia dell'Uomo fin dai tempi della Terra. Eppure ora Adim è lì a riepilogare gli ultimi dettagli tecnici con Brian, con quel suo sguardo diverso dal solito, un lambiccare di cui, nei loro 10 anni di amicizia e lavoro d'équipe, non si era mai accorto. Ma è solo lui a non essersi accorto o quello sguardo c'è già stato, mentre lui è rimasto lungamente cieco a questo mistero grande almeno come lo spazio interstellare? La sua erezione si acquieta un poco, mentre conclude la vestizione. D'un tratto si ricorda di avere ancora nell’armadietto tre compresse e due microchip: d'impulso non esita a prenderli con sé, ascoltando soltanto il languore dolce e possente che lo guida dal suo cazzo inturgidito. Brian lo chiama: sono pronti per l'Operazione11. La spinta propulsiva della navetta li lancia al di sotto della velocità del suono, diritti verso i confini esterni degli anelli di Urano. I corpi di Brian e Adim sono allenati per sopportarne adeguatamente l'incidenza fisiologica e lo sono anche per reggere bio-fisiologicamente l'assenza di gravità. In pochi istanti si ritrovano sospesi nello spazio ad una bracciata dai frammenti di materia che costituiscono l'anello più esterno. La luce del Sole che Urano riflette, verdina, su di loro è intensa, stupenda. Le tute spaziali restano in comunicazione con la navetta e l’astronave JXY. 'Che emozione conquistare anche questo pianeta per un nuovo insediamento umano nel rispetto delle Leggi dell'Armonia Cosmica', medita Adim. Il loro lavoro può iniziare. È necessario il prelievo dei campioni di materia che costituisce i 10 anelli di Urano; dopodiché l'operazione deve essere ripetuta sulla sfera gassosa, una volta installata una breccia di passaggio per le navette attraverso gli anelli, recuperando i campioni nell’apertura della breccia senza causare danno all'equilibrio planetario. Ci vorrà molto tempo per superare tutti e 10 gli anelli e già le precedenti operazioni sono fallite alla prima fase. Adim e Brian sono impegnati per la prima volta in una missione del genere ed è la prima volta che si ritrovano a lavorare in così stretto contatto. Il tempo scorre veloce e il lavoro si prospetta più arduo del previsto, nonostante le precedenti missioni abbiano consentito di ovviare a molti problemi. Né Brian né Adim, però, riescono a gestire al meglio la condizione combinata di una quasi completa assenza di gravità e della debole attrazione esercitata da Urano: questa è la fase più dura per tutti. Le tute spaziali non sono del tutto in grado di neutralizzare gli impatti fisiologici di una così elevata assenza di gravità e ciò comporta l'inversione della normale distribuzione dei liquidi del corpo, imponendo un carico emo-linfatico diretto dagli arti inferiori verso quelli superiori. È trascorsa già un'ora e la mancata compattezza degli elementi di materia del primo anello rende più lento il lavoro. Adim viene colto da una lieve cefalea, mentre sente gonfiarsi le vene del collo e distorcersi i sensi. Nella sensazione fastidiosa ma inebriante si ricorda di avere nella tuta le compresse che in 60 secondi rivestono il pene di una guaina protettiva autoprodotta dal corpo e si ricorda anche dei microchip che applicati alle tute consentono di mantenere la funzione protettiva e al tempo stesso di renderle trapassabili al tocco delle mani. Brian tenta ancora di raggiungere un frammento di idrogeno ghiacciato per un prelievo: anche lui comincia a sentirsi come Adim. Dalla JXY sta arrivando l’ordine di tornare alla base: il tempo di esposizione nello spazio sta superando l’ora e in quelle condizioni diventa rischioso. “Dateci ancora 15 minuti!” grida furente Brian al collegamento audio. “Adim, aiutami, ci siamo quasi!” dice più deluso che entusiasta fissando gli occhi di Adim di nuovo con quel lambiccare che in lui esercita una forte eccitazione. Adim rimane immoto per qualche istante, preso da forte turgore: solo a una cosa sta pensando mentre già ingoia la compressa ed installa il microchip nel dispositivo della tuta. “Brian, guardami!” dice con tono vellutato, ma imperativo. Brian si volta: due giovani uomini sospesi nell'interspazio Planetario Solare, due uomini di stirpe terrestre benché mutati dai miscugli del sangue con le altre razze cosmiche. La tuta di Adim prende un brillìo azzurro e Brian subito capisce. “Baciami Brian” continua porgendogli microchip e compressa di Sirifidone. “Baciami, toccami ovunque; leccami e lasciati leccare; scopami e lasciati scopare. Ti voglio Brian, ti voglio qui, adesso sospesi nella magia del Cosmo! Avrei tanto voluto chiedertelo prima!” Il cazzo di Brian si indurisce come acciaio a quelle parole: tante volte aveva pensato ad Adim in questo modo: mai lo aveva rivelato. Subito capisce a cosa servono il farmaco e il microchip e in pochi istanti assume entrambi. I loro corpi, nudi sotto le tute, possono incontrarsi in uno spasmodico ansito di eccitazione che pulsa più dell'inversione dei liquidi emo-linfatici dell’organismo. Brian sente il cuore pompargli il sangue fino al cazzo, repentino, sempre di più. Adim, sotto le carezze del compagno, sente spezzarsi l'ultimo lembo dell'antico retaggio religioso: al suo posto una luce cosmica gli inonda il corpo, la mente e il cuore attraverso la magnifica consapevolezza del suo cazzo turgido come mai prima di quel momento, pronto quasi a esplodere e a ricordargli il grande Segreto del Cosmo e del moto di ogni Astro: l'Amore e l'Eros. Brian è tutto un fremito di gemiti e i peli sulla sua pelle si rizzano presi da un forte brivido che gli indurisce anche i capezzoli sotto la lingua eccitante di Adim. Le mani di entrambi sono come i giganteschi uragani di Giove, il grande pianeta colonizzato in Pace nel 2758. I brividi di pelle li eccitano sempre più, la saliva si impregna del sapore di quella stessa loro pelle e di quella setosa mucosa dei loro peni, glandi e testicoli. Il sudore degli ansiti di piacere li fa navigare oltre i confini del Sistema Solare. Non si accorgono più di nausea e cefalea: sentono soltanto se stessi uniti in un solo essere. Nell'impeto liberatorio, travolgente, eroticamente tumultuoso e delicato, in quella sospensione nel cosmo fatta di piacere, le ultime catene del passato antico rammentano loro che il flagello HIV è stato debellato nel lontano 2047 e si sentono felici di essersi protetti con il Sirifidone, giacché altri agenti bio-patogeni creano ancora gravi minacce. Brian e Adim sentono i messaggi provenienti dalla JXY che li incitano al rientro: ma a loro non importa più nulla. Sentono solo la forza di se stessi nell'esplosione liberatoria del sesso. Si penetrano entrambi più volte, respirando, rantolando, gemendo di piacere! E alla fine vengono: la libertà dell'eiaculazione gli sfolgora il cuore, la mente, il corpo, lo spirito. Sospesi nel Cosmo che ha assistito con gaudente saggezza al loro amore, rimangono abbracciati a lungo a far sopire i loro ansiti, a stringersi nei corpi bagnati di eros e amore. I 15 minuti richiesti all'équipe della JXY sono già trascorsi e ora il Comandante ordina il rientro immediato! I due si staccano l'uno dall'altro e rimangono ancora a scrutarsi negli occhi, attenti, emozionati, ancora eccitati e pieni di gratitudine. Anche l'Operazione11 ha fallito: benché siano stati ad un punto dalla possibilità di prelevare un campione, ormai non gliene importa più nulla: si sentono divinizzati. Ci potranno senz'altro riuscire nell'Operazione12. E se anche fossero entrambi esonerati per sempre da quella missione, sanno nell’intimo del proprio io d’aver scoperto insieme uno Spazio InterGalattico che supera ogni meraviglia, che mai avrebbero potuto desiderare o anche solo immaginare.


Punteggio complessivo: 40,33 





Concorso "Dove nessuno è mai venuto prima": "Drone" di Giancarlo Calvaruso

Drone, di Giancarlo Calvaruso


Amor mio, che cosa ti hanno fatto?
Ricordo ancora quando ci incontrammo la prima volta, io giovane ingegnere pieno di sogni e ambizioni e tu, militare in carriera, accompagnavi il tuo superiore senza esitazione. Si, il tuo superiore, quel piccolo ometto brizzolato dal viso arcigno. Dovevo capire subito che di quell’uomo non ci si poteva fidare. Mi avevano chiamato per approfondire le mie ricerche sulla biomeccanica, sulle protesi artificiali per sostituire organi umani.“Ridarai il sorriso ai bambini colpiti dalla guerra” mi avevano detto. Maledetti bugiardi.
Ricordo che facemmo il giro del laboratorio, quel giorno: il piccolo uomo mi mostrava i luoghi e le persone che da lì in poi sarebbero stati la mia unica casa. Ma io, ogni tanto, volgevo lo sguardo verso te: eri alto, possente, serio. La tua espressione severa trasudava fascino e al contempo incantava. Tu non parlavi mai, ricordo, ma osservavi, con quei tuoi occhi, splendidi occhi con cui osservavi il vuoto, quasi come imprigionato dietro uno specchio da cui poter vedere tutto ma al tempo stesso rimanere nascosto. I tuoi occhi furono la prima cosa che notai di te. Dove sono adesso? Dov’è quel tuo sguardo che penetrava come una punta di diamante perfora la roccia? Adesso è spento, reciso; lo posso vedere da qua, mi stai cercando, lo so. Ma io rimango nell’ombra, nascosto come un fiore a cui è stato negato il beneficio del sole.
Ricordi i primi giorni? La timidezza nei miei occhi quando ti vedevo passare, l’entusiasmo, la gioia e il fremito che assalivano il mio corpo quando ti sentivo parlare, quando aprivi le tue splendide labbra ed emettevi il suono più bello della terra. Non parlavi molto, non sei mai stato un tipo loquace ma questo faceva parte del tuo mistero. Dov’è adesso quella bocca che mille volte mi riempì di solenni baci, dove sono quelle labbra sottili, ferme, immobili, perfette? Lo vedo da qui, il tuo viso è stato deturpato, la simmetria, l’eleganza della composizione che Dio ti aveva donato è stata stravolta e per questo mi sento responsabile.
Provo a muovermi, in silenzio, nell’ombra, devo riuscire a raggiungere quel generatore di corrente. Scivolo veloce sul pavimento, ma senza fare rumore. Mi avvicino alla parete, prendo il generatore ma un bullone si stacca e cade, il rumore riecheggia nei meandri di questo salone arrugginito. Mi hai sentito. Devo fare in fretta. Mi alzo di scatto, inarco le ginocchia e corro, corro come non ho mai fatto in vita mia. Sento degli spari, sono qui, sai dove sono, la salvezza è dietro quella porta. Corro.
Ricordi la prima volta che ci toccammo? Il silenzio, il profumo sintetico di bagnoschiuma, il vapore e l’acqua che scorreva; unici eterni testimoni del nostro incontro in quelle docce. Era tardi, avevo lavorato fino allo sfinimento quel giorno e non vedevo l’ora ti sradicare tutta la stanchezza e gettarmi nel sonno. Dapprima non mi accorsi neanche di non essere solo, la giornata mi aveva distrutto, la mia mente vagava in un meritato Eden di sciocchezze e nulla avrebbe potuto attirare la mia attenzione. Ma quando mi girai e ti vidi rimasi imbalsamato, mai avevo visto tanta bellezza, tanta perfezione. Il tuo corpo nudo si ergeva possente davanti a me; un dio greco, stanco dell’ozioso Olimpo, aveva deciso di scendere sulla terra e di mostrarsi. Tu eri immobile, dritto verso di me mentre l’acqua scivolava tra le tue forme statuarie e si riversava nel pavimento soddisfatta, estasiata. Avevi un’espressione diversa, il tuo viso severo si era trasformato e i tuoi lineamenti erano diventati dolci, gentili, le tue labbra accennavano un sorriso che mai ti avevo visto. Ogni linea del tuo corpo era perfetta, i muscoli tesi, le spalle possenti, i pettorali in fuori, gli addominali scolpiti, tutto di te sembrava disegnato dalla mano di un artista e avrei dato l’anima per solo sfiorare la tua pelle. Poi il mio sguardo si spostò verso il tuo membro, nell’enfasi del momento non l’avevo notato ma adesso che il mio cervello ricominciava a ossigenare i miei neuroni inebriati, solo adesso, avevo realizzato che il tuo membro, dritto, lucido e di una circonferenza perfetta era in erezione. Non pronunciammo una sola parola, non ne servivano: ci eravamo letti nel profondo dei nostri occhi. Fosti tu il primo ad avvicinarsi, lentamente ma con fare deciso ti ponesti d’innanzi a me, ancora troppo incredulo per riuscire a tendere un muscolo, troppo estasiato anche solo per sbattere una palpebra. Capii subito cosa dovevo fare, l’avevo sognato mille volte, era stato il pensiero di diecimila momenti di intimità, ma adesso era reale, il mio desiderio mi guidò ed io lo lasciai fare. Mi inginocchiai, presi tra le mani quell’imponente scettro e con delicatezza iniziare a sfiorare la mia lingua sulla tua pelle, le mie labbra sulla tua circonferenza, la mia bocca era tua e desiderava riceverti. Dapprima lentamente, poi sempre più veloce acquistai sicurezza, il mio entusiasmo ormai aveva lasciato spazio alla lussuria e il mio unico pensiero, adesso, era quello di farti godere. Mentre il tuo membro scivolava nella mia gola alzai lo sguardo, il tuo viso era inarcato, la tua espressione di gioia, eri stupendo, un quadro dipinto che nessuno aveva mai visto, ed io ne ero l’artefice. Quando raggiungesti l’apice della lussuria volli il tuo seme sul mio viso, era la mia ricompensa e il mio trofeo, lo sparsi con la punta del tuo sesso sul mio viso mentre ti guardavo soddisfatto. Si, eri il mio premio.
Salvezza. Ho raggiunto la porta e ho trovato la salvezza. Questa piccola bomba EMP adesso è pronta; non ti preoccupare amore, non ti farà del male, esplodendo emetterà un impulso elettromagnetico che metterà fuori uso i tuoi sensori, amor mio. Mi darà il tempo di organizzare la fuga, di riflettere, di ricordare.
Le notti insieme, ricordi le notti insieme, amor mio? Quando mi venivi a trovare nel mio cubicolo, a tarda ora, e nell’intimità della notte ci spogliavamo, io e te, tu ed io: non esisteva nient’altro in quelle notti. Ci baciavamo, nel silenzio, ci abbracciavamo e tutto il resto perdeva di significato. Ti ricordi la sensazione della tua mano sulla mia pelle, quando sfioravi il mio fianco nudo ed io un po’ per riflesso un po’ per timore ritiravo il mio corpo, mi raggomitolavo su di te come un riccio insospettito e tu allora sorridevi e mi abbracciavi più forte e mi baciavi. Non avevo nulla da temere con te, io ero tuo. Quelle notti… ricordi quelle notti in cui mi possedevi; scivolava il mio corpo sul tuo mentre piano piano ti sentivo dentro; eri gentile, come il tuo sguardo, ma deciso, come la possanza del tuo braccio. Poi mi giravi, dolcemente, ed io potevo vederti, il dio greco che profanava il mio altare, sempre più deciso, sempre più forte. I miei gemiti, li ricordi i miei gemiti? Io non li scorderò mai. E godevo ogni volta che ti sentivo esplodere dentro di me, non distoglievo mai lo sguardo da te e tu mi accarezzavi, dolcemente, e avvicinavi le tue labbra alle mie. Parlavamo, ma mai del nostro lavoro, nelle nostre notti eravamo solo noi, rinchiusi nel fragile cristallo dell’illusione di un amore eterno e con la paura che al minimo sfregio potesse andare tutto in frantumi. Ci spiavano, amor mio, lo sai che ci spiavano? Io lo sapevo ma non aveva importanza. Ci lasciavano in pace.
La bomba elettromagnetica è esplosa, i tuoi sensori saranno confusi per i prossimi dieci minuti. Ho il tempo di raggiungere quella scala, quella che porta all’esterno. Lì c’è una jeep che mi porterà in salvo, devo solo raggiungere quella scala. Corro amore mio, corro lontano da te, da quello che è rimasto di te.
Io non ti ho mai tradito, amor mio, non pensare il contrario. Io volevo proteggerti. Lo sai, amor mio, che ti avevano scelto? Lo scoprii un giorno per caso, guardando i file segreti, volevo sapere la verità. Quando mi imbattei nel progetto DRONE capii che era tutta una farsa. Le api operaie che svolgono compiti diversi non sanno cosa ha in mente la regina, ma io, quella sera, lo scoprii, e fui terrorizzato. Volevano creare l’arma finale: un essere mezzo umano e mezzo bionico, che sfruttasse le sinapsi cerebrali per le tattiche di guerra e le componenti artificiali come armamento. Scoprii anche che ti avevano selezionato, amor mio, tu sei sempre stato accondiscendente, diligente e disciplinato, non facevi mai domande; eseguivi gli ordini e basta: eri la cavia perfetta. Ma io non potevo permetterlo e quella sera, io, feci esplodere il laboratorio per scappare con i progetti.
Ti chiesi si venire con me ma la tua stupida ubbidienza al comando ti costrinse a restare e rimanesti intrappolato. Venni a sapere che riuscisti a stento a sopravvivere a quell’incendio, ma il tuo corpo, quel tempio di bellezza che avevo celebrato tante e tante volte, era stato compromesso, lacerato e ustionato dalle fiamme. Venni a sapere che il progetto non si era mai fermato e anzi, grazie a me, fu più semplice trasformarti nella loro arma finale.
Salto, da questa scala salto e la terra nuda attutisce la mia caduta. Mi alzo e vedo la jeep, la salvezza. D’improvviso un forte boato e un dolore acuto alla gamba, mi hai sparato, amor mio. La bomba non è stata sufficiente, tu sei forte, sei un’arma imbattibile ed io, ormai, sono spacciato.
Ti ergi di fronte a me, adesso, ma non c’è un accenno di sorriso, questa volta, né ardore sul tuo corpo. Come vorrei che tu ora ricordassi tutto, che non ti avessero manipolato la mente. Il tuo sguardo è spento, le tue labbra asciutte e serrate; uccidimi amor mio o se vuoi redimimi. Io non cancellerò mai il ricordo della nostra passione. La tua pistola adesso punta alla mia tempia, un rumore e il mio viso sbatte violento a terra. Un attimo, in quell’ultimo attimo vedo una goccia sul tuo viso e sorrido. E’ una lacrima quella? Una lacrima per me.


Punteggio complessivo: 37,5

Concorso "Dove nessuno è mai venuto prima": "Ancora per un po'" di Francesco Donini

Ancora per un po', di Francesco Donini


Gli stringeva la mano, mentre camminavano fianco a fianco. La sua mano. Un palmo, cinque dita, un dorso. E un corpo. Energia intrappolata nella materia. Pulsante nella materia. Un oceano travolgente di sensazioni, del tutto diverse da quelle che conosceva prima. Forti. Belle. Come la mano stretta alla sua. Le dita intrecciate. Gli occhi scuri di lui incontrarono i suoi, come ad un richiamo, e l’esplosione emozionale lo percorse. Quella di lui, la sua, o entrambe. Non importava. Erano intrecciate. Come le dita. L’emozione crebbe, tirò come una fune i loro volti l’uno verso l’altro, sovrastando ogni altro rumore, fino allo sfiorarsi delle labbra. Ogni cellula del corpo fu attraversata da vibrazioni dilaganti. Risalirono alle lingue, sferzandole nel toccarsi, e intrecciarsi anch’esse. E la cacofonia di sensazioni, che non gli dava tregua da quando era in questa forma, in questo mondo, si concentrò ancora una volta in un singolo, potente, inarrestabile flusso.
E capì che tutto, tutto, lì, era perfetto.

L’aveva sognato. Se si può parlare di sogno, nel luogo da cui proveniva. Luogo, o stato dell’esistenza. Era difficile esprimerlo con le parole, i concetti, i pensieri che ora possedeva. Così separati fra loro, dicotomici, rigidi, come i confini dei corpi e degli oggetti di questo mondo. Sapeva che era vicino. Abbastanza da sentire le vibrazioni sprigionate dalle emozioni che questi corpi emanavano. Sentirle, e abbeverarsene. Un concetto sperimentato prima ancora di conoscerne il nome, possederne la parola. Sete.
Da dove veniva tutto era flusso di emozione. Energia che scorre libera, e attraversa. Ti attraversa. E tu sei il flusso, e non lo sei. Tu, insieme agli altri. Li senti, comunichi, tramite energia emotiva ininterrotta. A tratti più blanda, a tratti più forte. Ma armonica, come una sinfonia. E loro sono sia strumenti che note.
Lui, però, sentiva quel rumore alieno, quel caos, più degli altri. Un altro genere di musica, a suo modo. Ma disarmonica, graffiante, a volte fastidiosa. E a volte, a volte…
Sapevano di quel luogo, quel mondo, tramite la conoscenza condivisa che scorreva attraverso il flusso. Un altro posto, dove le cose erano separate, e dure. Si scontravano fra loro, facendosi violenza. Erano tutte connesse, ovviamente, anche lì, ma era difficile per quei corpi, anche i più emozionalmente evoluti, rendersene conto, costretti com’erano in quei confini rigidi, quella pesante e distorta forma di energia rafferma detta “materia”.
A volte, però, le connessioni si accendevano, e i flussi fra loro si aprivano. Una in particolare, in cui i corpi erano intrecciati insieme alle correnti emozionali, sprigionando un’energia di forza e violenza inconcepibili in un luogo, come quello in cui lui era immerso, privo di solidità. E quell’intensità! Bruciante, devastante, rinvigorente. Ogni suo iota ne era travolto. Lo lasciava stordito, vuoto, e neppure l’armonia attorno a lui bastava più a riempirlo. A dissetarlo. Solo un’eco, eppure la cosa più bella da lui mai sperimentata. Ne voleva ancora. Un desiderio che lo rendeva diverso dagli altri attorno a lui, dal tessuto in cui si era ritrovato irrimediabilmente intrecciato alla nascita. Ma non poteva non continuare a desiderare. Né voleva. Per cui decise di farlo sempre di più. Cambiò colori, frequenza di vibrazione, attirato sempre più da desideri simili al suo. Sentiva trasformare la sua stessa essenza, e sperimentò la paura. L’entusiasmo. Ma erano solo gradazioni di colore, sfumature di quel nucleo infuocato che lo trascinava sempre di più verso quel mondo. Verso, si rese conto, un nucleo simile, quasi gemello, pur nella sua unicità. L’energia scorreva fra loro, e il riverbero aumentò, in onde sempre più gigantesche, finché non fu in grado di fare altro che desiderare di fondersi con esso, diventarne un tutt’uno.

La sensazione sulla pelle era fredda. Pelle. Aveva la pelle. Aprì gli occhi, e si accorse di essere steso su un pavimento. Sapeva cos’era la pelle, e il pavimento. E che quella che stava fissando era una mano. La sua mano. Sapeva le cose, le informazioni arrivavano attraverso l’etere in quella specie di sfera che stava toccando, ora. Testa. La sua. Sentì le sensazioni fisiche aggredirlo da ogni parte, tramortirlo, diventare vibrazioni emotive e scatenare un vortice di pensieri, frantumandogli equilibrio e senso di sé. Fisicamente solido, fermo, eppure perso.
Poi lo sentì. Ciò che aveva vibrato con lui, era lì. E il desiderio era coperto, ora, dalla sorpresa. E la rabbia.
«Chi sei? Chi ti ha fatto entrare?»
Era seduto sul letto, in jeans e maglietta, sigaretta in mano, e lo guardava. Con quegli occhi neri, dietro a cui vedeva lampi. Sentiva tuoni. Le emozioni di lui continuavano ad investirlo, anche lì, anche in quel corpo nudo. Il suo corpo.
«Sei amico di quei cretini con cui vivo? Torna di là, e dì che lo scherzo è stato divertentissimo. Ah ah. Ma non voglio nessuno qui con me. Nessuno…»
Lo sentiva. Non poteva non sentirlo. Quel flusso fra i loro sguardi, sempre più forte.
«… che non… non… ti conosco?»
Percepì la rabbia virare in eccitazione. Gli si avvicinò, lentamente, assecondando il flusso, mentre il suo corpo rispondeva allo sguardo, e al desiderio bruciante dietro di esso, al motore di tutto. Sentì pressione e calore fra le gambe, e l’inguine inturgidirsi. Lo vide, il suo pene duro, ormai a poca distanza da quel viso sempre più in fiamme. Due fuochi che si chiamavano. Allungò la mano per sfiorargli la guancia, e le sue dita rimasero a contatto con quella pelle calda. Un calore che risalì in fretta lungo il braccio, fino alla spina dorsale, propagandosi per tutto il corpo, fino alla cappella ora scoperta, da cui scese una goccia, colando lentamente. Ma gli occhi del ragazzo erano fissi nei suoi.
«Io ti conosco.»
Si alzò in piedi, circondandogli il torace col braccio e toccandogli il fianco. Il contatto fu così intenso da farlo tremare. Lo tirò lentamente verso di sé, premendo il suo corpo nudo sui suoi vestiti, il suo calore, il suo profumo. Sentì contro la pelle sensibile del membro la cerniera dei jeans, tirata dalla pressione del gonfiore sottostante. Tutto era vivo, e forte, e parte di quel desiderio che l’aveva portato fin lì. Desiderio incarnato, scalfente, sublime. I loro desideri. Le labbra precipitarono le une verso le altre, i desideri collisero, in un’esplosione di sensi, lingue avvinghiate e saliva, e si ritrovò sul letto, col corpo di lui sopra al suo, mentre le sue mani slacciavano i pantaloni. Gli tolse quasi strappandola la maglietta, e ci fu solo pelle contro pelle, in un crescendo di sensazioni. Lui staccò quasi dolorosamente la lingua dalla sua, per farla scendere lungo il suo collo, strappandogli un gemito, e poi lungo il torace, titillando il capezzolo, e poi sempre più giù, lungo l’inguine, poi sui testicoli, risalendo infine l’asta pulsante, lentamente, arrivando alla punta, leccando tutto il liquido che stava colando ovunque, per poi avvolgere tutto il membro con le labbra e succhiare. Tutto il piacere provato fino ad allora, tutto, si annullò dentro quel mondo umido e caldo che si muoveva sulla sua pelle, spingendolo a gemere e quasi urlare. Proprio quando sentì di stare per esplodere, lui si fermò, sollevandolo assieme a sé e baciandolo ancora, mentre gli portava la mano sul suo inguine rovente. Il desiderio di avvicinarsi e sentirlo, annusarlo, leccarlo divenne incontenibile, e lo fece, scoprendo quanto fosse naturale, come il respiro, e quanto quel sapore agrodolce lo infiammasse sempre più. Questa volta fu lui a fermarsi, guardandolo ancora negli occhi, continuando a farlo mentre si distendeva, trascinandoselo addosso. Lo sentì su di sé, contro di sé, premere sempre di più, fino a che non fu dentro di lui. Un dolore lancinante sembrò squarciarlo, ma durò solo un istante, spazzato via dal piacere che vibrava nel corpo dell’altro, e che presto fu suo. I loro corpi avvinghiati, l’uno dentro l’altro, si mossero, danzando, sudando, mentre la mano di lui si muoveva sul suo uccello sempre più caldo, in un crescendo di eccitazione, una bolla di calore e luce in espansione nei loro inguini, finché non esplosero assieme, annientando ogni coscienza, pensiero, sensazione, in un attimo di pura estasi.

Il dolore alla testa fu come uno squarcio che infranse la perfezione del bacio. Quello e il disprezzo furente che lo investì. Forse fu quello a farlo barcollare, più del colpo, costringendolo a sedersi sul bordo del marciapiede. La macchina da cui era stata tirata la bottiglia partì di corsa, lasciandosi dietro l’eco delle parole. “Froci”. “Crepate”. Non era quello l’eco che lo sconvolgeva.
«Stai bene?»
Lui era tornato, dopo aver brevemente inseguito l’auto. La preoccupazione che strappava spazio alla rabbia, e lo ricopriva. Sentì qualcosa di caldo e vischioso colargli accanto all’occhio, cadendo sulla maglietta che lui gli aveva prestato, quando si erano decisi ad uscire per mangiare qualcosa. Voleva provare il cibo. Non quello. Non quell’odio riversarsi sulla bellezza delle sue emozioni, sporcandole. Come il sangue sulla maglietta.
«… perché?»
E vide negli occhi di lui, dietro ad essi. La sofferenza, la paura, la lotta. Per sopravvivere a quell’odio, quel disprezzo, istante dopo istante. Si sentì spezzare, mentre i suoi occhi sperimentavano le lacrime.
«Io non… non so se voglio… restare…»
Si guardò la mano, e gli sembrò perdesse consistenza. L’energia lottava per fuggire, disperdersi. Doveva solo lasciarla andare. Niente più violenza. Poi sentì il tocco di lui, caldo, sul viso, come a ripulirlo dal sangue. Tornò a guardare in quegli occhi scuri. C’era qualcosa di ancora più profondo, lì. E il centro martellante nel suo petto rispose. Smise di tremare, mentre lui gli si inginocchiava di fronte, emanando un calore che lo avvolse. Venne trascinato verso quel calore, immerso nella solidità del suo corpo, del suo odore.
«… resterò.»
Lo avvolse con le braccia, affondando il viso nella sua maglietta, e se stesso in lui.
«Ancora per un po’.»


Punteggio complessivo: 36,5

Concorso "Dove nessuno è mai venuto prima": "La Solitudine di Plutone" di Allison Bersani

La Solitudine di Plutone, di Allison Bersani


E' ormai da molto tempo che sono qui.
Forse cento o duecento anni - ma il mio corpo è sempre uguale, è lo stesso di quando ero ragazza, di quando sono partita.
E' strano osservare le mie mani, così lisce, ancora morbide – mentre laggiù, sulla Terra, più nessuno, tra chi conoscevo, sarà ancora vivo.
I miei genitori...
Erano così fieri di me il giorno in cui mi hanno salutata, quando mi hanno vista salire sulla navicella P1.

- E' il tuo sogno Sara, siamo così felici per te.
- Anche se non mi rivedrete mai più?
- …
- Mamma, Papà, anche se non ci rivedremo mai più?
- …

I miei genitori – così piccoli, così minuti, così legati.
Avrebbero fatto di tutto per me – anche lasciarmi volar via, se questo era il mio desiderio.
Ma era davvero il mio desiderio?

Mamma, Papà, riuscivate ad immaginare che i desideri possono anche cambiare? Che si possono trasformare?
Se lo aveste saputo – mi avreste avvertita?
Non sono più sicura – col mio corpo da ragazza e la mia mente che ha perso la voglia di contare – che navigare nello spazio fosse veramente il mio sogno.
Nonostante da dove mi trovo possa quasi intravedere Plutone – pianeta degli inferi, regno dell'Ade, per noi umani, eppure glaciale, con la sua temperatura vicina ai -230° C.
Da bambina desideravo così tanto poter toccare il suo suolo, su cui nessuno aveva mai osato camminare.
Mi chiedevo se sarei stata divorata da qualche terribile creatura nascosta, o se, semplicemente, come un'ombra, mi sarei persa tra le sue terre silenziose.
Plutone
infernale e
ghiacciato -
ma non è forse la stessa identica cosa?
C'è davvero un abisso tra la fiamma e il gelo?
O sono più intimamente legati di quanto pensiamo?

Come la mia mano, così fredda ed innaturale – ma è sempre stata così?

- Signorina, sta bene?
- Sì, stavo solo pensando, non preoccuparti.
- Aveva un'espressione così tesa...
- Ormai vi progettano con una tale perizia che riuscite a cogliere ogni sfumatura dell'animo umano.
- E' il nostro compito, signorina. Dobbiamo essere in grado di avvisare la stazione spaziale di ogni più piccolo problema.
- E senza dare nell'occhio... per questo vi costruiscono così simili a noi, anche nell'aspetto.
- Affinché la missione sia il più naturale possibile.
- Ma cosa c'è di naturale in tutto questo?
- …
- Avvicinati Android Sabrina, dammi la mano. E' persino più calda della mia, siamo davvero sicure che sia tu la macchina tra noi due?
- Io non ho dubbi a proposito, signorina.
- Io invece qualche dubbio ce l'ho... sai cosa significa la solitudine?
- So cosa significa per voi umani.
- Allora forse puoi capire come mi sento, dopo tutti questi anni qui.
- Sì, credo di sì.
- Vorrei che mi toccassi Sabrina.
- Come?
Le prendo la mano e la poso sulle mie labbra.
- Mi piace il tuo corpo Sabrina, così agile e morbido – come quello di una donna vera.
Le apro la cerniera sul davanti della divisa, scorgo la sua pelle bianca, candida, delicata.
Lentamente la faccio scendere giù, fino a rivelare i seni, piccoli, sodi. Nudi.
- Non indossi nulla sotto l'uniforme.
- Non è necessario.
La accarezzo dolcemente, sfiorandole il seno con le dita, succhiandolo.
Poi con forza le tiro ancora più giù la cerniera, abbassandole la divisa fino a scoprire i fianchi, morbidi e sinuosi. Non posso fare a meno di affondarvi le mani.
Sento il corpo di Sabrina diventare sempre più caldo.
- La tua pelle scotta.
- Sì, è vero... forse il freddo per cui mi hanno programmata... si è trasformato in un incendio.
E lei signorina Sara, la sua pelle invece non si è ancora scaldata...
- Sì, Android Sabrina, forse per l'inferno che ho dentro – che vorrebbe solo essere spento.


Plutone è sempre più vicino.
Mamma, Papà, non sono più tanto sicura che questo fosse il mio sogno.


Punteggio complessivo: 33,83

Concorso "Dove nessuno è mai venuto prima": "Data Reproduction" di Raffaele Ladu

Data Reproduction, di Raffaele Ladu


*** inizio ***
Tre femmine sono su un letto matrimoniale; due sono nude e cominciano a spogliare la terza – prima la camicia, poi la minigonna, la rete di pesce che copre tutto il corpo dal collo in giù, finché non rimane vestita della sola cresta di capelli sulla mezzeria del cranio.
La terza donna bacia in bocca alternativamente le due compagne, che le massaggiano i seni, le natiche, le cosce, le labbra e l’interno della vulva, finché esse non poggiano le loro vulve sulle sue ginocchia, e le massaggiano l’una il clitoride, l’altra l’ostio vaginale finché i capelli della cresta non si drizzano e la donna non strilla per il piacere.
Mentre tutte e tre le donne rimangono abbracciate insieme soddisfatte, la donna con la cresta fa uscire dalla vulva due uova che somigliano a quelle di Fabergé; le altre due donne allora si coricano supine, a gambe aperte, e la donna con la cresta fa delicatamente entrare le uova nelle loro vagine.
Ma la delicatezza non è incompatibile con il piacere, ed in quel momento l’androide Data si sveglia.
*** sigla iniziale ***
Geordi si scusa con Data: “Il tuo nuovo ginocchio sinistro è frutto della miglior tecnologia della Federazione, ma non è all’altezza di quello che aveva creato per te il Dottor Soong. Mi spiace.”
“Non siete dunque in grado di opporvi al deterioramento del mio corpo?”
“Potremmo costruire un’astronave di classe Galaxy e mettere il tuo cervello al posto del computer di bordo – il tuo cervello durerebbe comunque più dell’astronave”.
“Sto cominciando seriamente a pensare ai vantaggi della riproduzione sessuata,” dice Data dopo essersi alzato in piedi e mentre stringe la mano a Geordi.
Subito dopo la dottoressa Crusher va a rapporto dal capitano Picard, con la faccia di chi ha visto l’estremo orrore, e Picard le chiede allarmato:
“Che è successo?”
“Data vuol riprodursi e mi chiede di trovare la persona che lo accompagni su Lilith.”
“Lilith? Il pianeta delle donne che fanno le uova …”
“… con il genoma delle persone che le baciano e le fanno godere. Data spera che possano dargli un figlio.”
“In effetti la figlia che aveva provato a costruire da sé è morta, e forse queste donne potrebbero rigenerarla, visto che lui conserva in memoria il suo schema costruttivo.”
“Ma le uova che esse producono devono essere inserite entro un’ora nell’utero di una femmina umanoide per dare inizio ad una gravidanza – per quello serve una che accompagni Data. Ma come può un androide, anzi, una persona che non può provare emozioni non distruttive convincere una donna a procreare con lui?”
“Le Lilith godono più delle umane a procreare.”
“Infatti. Il fattore limitante è la disponibilità delle umanoidi, non quella di costoro.”
*** stacco pubblicitario 1 ***
Il comandante Riker abbraccia e bacia la counselor Troy, con tanta foga che prima che lei riesca a dirgli: “Fermo, che devo parlarti!”, lei è ormai nuda fino alla cintola, con le tette che vanno di qua e di là mentre la bocca di lui gioca ad inseguire i capezzoli.
“Dimmi, tesoro,” chiede infine Riker, e Deanna risponde:
“Data mi ha chiesto di rigenerare insieme con lui Lal, sua figlia.”
“E come è possibile?”
“Una Lilith genererà un uovo per noi, e lo introdurrà nel mio utero. Dopo la nascita, sarà Data ad occuparsi della figlia. Che ne pensi?”
“Considerato tutto quello che dobbiamo a Data, è un favore che non gli possiamo negare.”
Nel frattempo Data e Guinan stanno esaminando un sito di incontri galattici, e trovano infine la Lilith che piace a Data – poiché la scelta è grande, si permette di essere schizzinoso.
“Data … non sei male,” dice questa Lilith, “ma … io sono lesbica, come tutte le Lilith. Non riuscirei a venire con una persona che ha il seno così piccolo.”
“Il mio seno è un problema?!?” chiede stupito Data, ma Guinan svelta aziona il dispositivo di galleggiamento dell’androide, facendogli scoppiare la camicia dell’uniforme.
La Lilith sgrana gli occhi e dice: “Ecco, con un petto così mi scorderei che tu hai anche il pisello. Quando vieni a trovarmi?”
“Dopodomani l’Enterprise-D passa a distanza di teletrasporto dal tuo pianeta. Verrò con la mia compagna.”
“Bravo. Mandami un SMS e vi accoglierò con grande piacere!”
Dopo che la Lilith chiude la comunicazione, Data chiede a Guinan: “Se non possono portare avanti una gravidanza, come si riproducono?”
“Nel loro pianeta ci sono degli uteri artificiali. Purtroppo funzionano bene solo con le uova che le Lilith generano tra loro stesse, non con gli ibridi come quello che vuoi generare tu.”
*** stacco pubblicitario 2 ***
Quando Deanna Troy vede Data con le tette, strilla tanto da far scattare l’allarme esplosioni; e quando si riprende, e si fa raccontare perché se le è fatte crescere, dice a Data:
“Mi spiace, ma io non sono come le Lilith … un uomo con le tette mi rende più asciutta di un deserto. Non posso aiutarti.”
“Non devi fare l’amore con me, lo devi fare con la Lilith.”
“Ma tu saresti nel letto e la tua anormalità fisiologica mi bloccherebbe emotivamente.”
“E’ la prima volta che qualcuno dice che un androide può essere ‘fisiologicamente anormale’.”
“Forse ho usato il termine sbagliato, ma il problema rimane.”
Guinan, che ha assistito alla conversazione, dice a Troy:
“Certamente hai dei pazienti che ti aspettano, e non devi continuare a perdere tempo con noi!”
Quando Troy è uscita, Guinan dice a Data:
“Scusala. Non sempre i counselor sono all’altezza della situazione.”
“Scusata.”
“Io sono invece convinta che queste tette aumentino spaventosamente il tuo sex-appeal.”
“Cosa?”
“E mi sto chiedendo se i 60 teraflop del tuo cervello non ti rendano superiore anche in quello che non hai ancora provato.”
“Sinceramente non lo so.”
“Vuoi rimanere nell’ignoranza? Puoi fare il migliore esperimento scientifico della tua vita, ora!”
Data innesta il chip emozionale, barrisce come un elefante, abbraccia Guinan e la bacia in bocca – dando fondo in quel momento a tutto quello che i film ed i testi contenuti nei computer della Flotta Stellare gli hanno insegnato.
Il risultato è tale che Guinan riesce a spogliarsi completamente in meno di cinque secondi, mentre il surriscaldato corpo di Data vaporizza la sua uniforme; allora Data e Guinan si abbracciano, si baciano di nuovo, si inginocchiano, e Guinan lo spinge in modo da farlo cadere supino.
Lei si siede su di lui, massaggia i suoi seni (gonfiabili, ma non per questo meno sensibili) e si lascia massaggiare i propri, lecca i capezzoli di Data prima di succhiarli, e di sentire che il membro di Data che preme contro la sua vulva è rovente come un tizzone.
Fa allora la furba proponendo un 69 – cosicché, mentre Data succhia il clitoride di lei con la stessa foga con cui un gay fa un pompino al suo uomo, lei raffredda con la saliva il membro di Data mentre lo succhia.
Quando il coso ha raggiunto temperatura accettabile, lei pensa che è venuto il momento di temprarlo immergendolo nell’acqua fredda che da lei stessa sgorga, e vi si siede sopra – è ora il turno di Data di succhiarle i seni mentre lei gode a sentire il membro che si muove dentro di lei.
*** stacco pubblicitario 3 ***
Nella sala teletrasporto dell’Enterprise-D si materializza la Lilith che Data e Guinan hanno contattato; il capitano Picard le dà il benvenuto, ed accompagna la Lilith ed i suoi due amanti in una delle suite dell’astronave, precisando:
“Questa è destinata all’OF-10, all’Ammiraglio della Flotta Stellare, quando viene in visita. Ma ve la meritate ed è vostra fino a domattina.”
Quando sono soli, la Lilith apre il cappotto di (simil-)cincillà scoprendo una guépiere che sostiene il seno senza coprirne i capezzoli, deforma appena un po’ i glutei, ma lascia esposta all’aria ed alla bramosia degli amanti la vulva.
A Data per l’eccitazione cresce il seno di due taglie (facendo scoppiare l’uniforme – che materiali scadenti usa la Federazione!), mentre Guinan si spoglia con il piglio di una gran signora che finge riluttanza a mostrare il reggiseno di pizzo bianco che fa risaltare la sua pelle nera, e le autoreggenti viola su cui sono state ricamate due frecce bianche che puntano verso l’alto o verso il centro.
La Lilith fa sedere i suoi amanti accanto a sé e supera in abilità Data a baciarlo – ma quando bacia Guinan replica la tecnica di Data, per non diventare la sua concorrente.
Se Data si libera facilmente dell’uniforme, Guinan finge di essere in difficoltà per farsi aiutare a spogliarsi, godendo e facendo godere tutti delle carezze impreviste.
Ora che sono entrambi nudi, e la Lilith sfiora delicatamente la vulva di Guinan (ed afferra energicamente il membro di Data), è il turno degli amanti di spogliare completamente la Lilith, di abbracciarla, e di comportarsi con lei come due fratelli gemelli che succhiano il seno della mamma – ma che al contrario di due figli, si divertono anche a carezzarle tutto il corpo, nei luoghi leciti, riservati e proibiti.
Sono manovre piacevoli, ma la Lilith propone un triangolo: lei succhia Data, che contemporaneamente lecca Guinan, che lecca Lilith. Ed il triangolo si ripete con successive permutazioni, finché Lilith concede a Data di penetrarla, mentre la bocca di lui bacia la bocca di Guinan, che riceve il piacere che potete immaginare dalla bocca di Lilith.
Sarebbero sufficienti questi orgasmi per concepire, ma la Lilith vuole di più, e propone, visto che ha già offerto i suoi seni ai suoi amanti, di succhiare insieme a Data i capezzoli di Guinan, mentre le loro mani la masturbano, e poi di fare loro due donne la stessa cosa a Data – che si trova costretto a disattivare il chip emozionale per non essere travolto dal piacere e fare la fine di sua figlia, la cui rete neurale fu distrutta da troppo forte emozione.
Una sola donna è tra i due amanti di Lilith, e lei depone un solo uovo, che Data tiene in grembo per mezz’ora carezzandolo, abbracciandolo e baciandolo, prima di introdurlo, con la bocca prima, con il naso poi, con il membro infine, nelle vie genitali di Guinan, mentre la Lilith abbraccia entrambi, e piange infine quando devono separarsi, e lei torna sul suo pianeta.
*** sigla finale ***


Punteggio complessivo: 33,75

Concorso "Dove nessuno è mai venuto prima": "Visione della città di V." di Daniele Speziari

Visione della città di V., di Daniele Speziari

Fu uno spettacolo insperato: certo banale, ma capace di curare, almeno in parte e per effetto di un semplice sguardo furtivo, le ferite di un giovane voyeur, quale io ero. Fu un evento al quale mai e poi mai la Città dell'Amore, tale V., si sarebbe aspettata di assistere. Non che i suoi abitanti se ne fossero accorti, visto che il tutto dovette svolgersi a mezzanotte passata e nell'indifferenza generale, in una strada abitualmente formicolante di turisti tedeschi, giapponesi, uraniani e octopiani ma, da diverse ore, ormai svuotata. Erano tre giovani, che passeggiavano l'uno di fianco all'altro. Nell'ordine: una ragazza; un ragazzo; un altro ragazzo. Ebbene sì, una coppia, per quanto con le sembianze di un gruppetto di amici: una coppia scortata da un'amica.
Un gran bel quadretto, che avrebbe facilmente tratto in inganno occhi poco abituati a soffermarsi sui dettagli, poco esercitati o, semplicemente, distratti, come può ancora accadere ai giorni nostri, in barba alle lenti a contatto 4D! Con un po' di attenzione, si sarebbe notato il movimento ritmico e sincronico delle braccia: scrutando ancora meglio, sarebbe stato possibile scorgere un impercettibile contatto delle mani. Il quale contatto non si riduceva ad uno sfioramento. No: mi trovavo di fronte – udite udite – a due amanti che si tenevano per il mignolo! Quanto bastava per strappare all'istante un sorriso complice a me, che in quel mignolo vedevo una mano intera, e anche di più, e in quella notte solitaria il mezzogiorno più accecante. Non che tutto ciò potesse placare la mia sete: per me che mi trovavo, da sempre, su un isolotto perso da qualche parte alla confluenza di due fiumi, con l'acqua costantemente in vista e perennemente fuori dalla mia portata, la siccità era senza fine. Ma meglio che niente.
“Che froci schifosi! Bisognerebbe impiccarli tutti!”. Non ero io a pensare queste atrocità del Duemila, era il mio cervello a pensarle al posto mio. O forse erano, queste, voci provenienti da un altro cosmo e che mi penetravano nelle orecchie tramite i ricettori interplanetari. Ecco, qualche ominide sintonizzato su queste frequenze e in contatto con me stava assistendo al medesimo spettacolo e proferendo con indignazione quelle orribili parole, facendomi credere che vengano dalla mia mente. Impossibile! “Ah sì? E cosa credono di poter fare, questi culattoni? Per le strade della città di V.? Roba mai vista! È inammissibile!”. Cercavo con tutte le mie forze di respingere quelle voci, di sbarazzarmene, ma iniziavo a sospettare seriamente che il mio cervello fosse stato contaminato, e forse irrimediabilmente, da parole per tutta la vita lette ed ascoltate. Costretto ad una sorta di “doppio pensiero” in cui ricoprivo i ruoli, al contempo, dell'accusa e della difesa. “Ma io li adoro, loro due... vorrei tanto parlare con loro, guardarli dritto negli occhi, proteggerli, abbracciarli...”. Già, peccato che non avessero bisogno del mio aiuto, loro che, in quella tiepida notte d'estate, si lasciavano accarezzare dalla brezza, calpestando il suolo della città di V. con passi leggeri e sicuri, incuranti di tutto.
E chi mi assicura che non mi stessi sbagliando sul loro conto? Avrei voluto incrociare i loro sguardi, anzi fissarli, entrambi, abbastanza a lungo da sondare il loro stato d'animo vero, ed eventualmente invidiarli qualora dalla mia indagine fosse emerso che, sì, erano davvero felici. Purtroppo mi era stato concesso di guardarli solo per pochi secondi, da lontano … e da dietro! Troppo poco persino per delle congetture. Scrutandoli mentre si allontanavano, mi era tuttavia parso che uno dei due fosse a disagio, come se facesse uno sforzo abnorme per sfiorare l'altro mignolo. Cercavo allora di sentire sulla mia pelle il sudore che colava sulla sua (e non a causa della calura), nel mio petto il suo cuore palpitante a tambur battente (e non soltanto per effetto della passione amorosa). Avrei voluto impadronirmi dei suoi sensi, penetrare i suoi pensieri, vedere attraverso i suoi occhi – insomma, mi figuravo che tutti quegli strumenti di cui la scienza, già alla fine del secolo scorso, prometteva di dotarci, fossero già realmente a mia disposizione.  
Ma la coppia, oramai distaccatasi dal suo satellite, si era nel frattempo dileguata. Non potendo sopportare l'idea di privarmi di uno spettacolo tanto gustoso e tanto raro, decisi allora di accelerare il passo e di ridurre la distanza che mi separava dai due. Immaginai che si fossero diretti al parcheggio delle astronavi, nello spiazzo dove, in tempi remoti, sorgeva il palazzo delle Poste. Non tardai a constatare che non mi ero affatto sbagliato: da dietro la statua dell'antico sindaco F. T., dove avevo fatto giusto in tempo ad appostarmi, li scorsi infatti in procinto di guadagnare il loro mezzo. A questo punto, mano nella mano (intera). Una bella astronave, dipinta, all'esterno, di sei strisce colorate, orizzontali. Priva di targa.
Li vidi avvicinarsi alla porta d'ingresso, che si dilatò progressivamente fino a consentire loro di entrare, per poi richiudersi con un movimento circolare retrogrado, non senza aver lasciato intravvedere un talamo coperto di piume rosa e delle pareti che riproducevano i sei colori esterni, nella medesima successione. Fine. Ero destinato a non conoscer mai i loro volti, tanto meno i loro nomi: mai più avrei ascoltato le loro voci. Non avevo dubbi sul fatto che la loro astronave fosse a prova di grande fratello: all'epoca, tutti i mezzi più avanzati (e questo lo era senz'altro) si erano dotati di meccanismi capaci di tutelare l'intimità della vita privata. Una coppia come la loro poi... doveva misurarsi con delle esigenze anche maggiori, rispetto a quelle dei comuni viaggiatori intergalattici.
Non mi diedi per vinto, tuttavia, pur sentendomi ormai escluso (là fuori) per sempre. Impossibilitato ad inserirmi in quell'intrigante microcosmo attraverso la tecnologia, avrei tentato l'assalto per la via dell'immaginazione. Mi portai quindi, con circospezione, nelle vicinanze dell'astronave, a stento dissimulato da un cespuglio, e mi lasciai trasportare... Già sentivo la respirazione affannosa, la frenesia di un desiderio troppo a lungo tenuto a freno e finalmente libero da catene, l'irruenza, l'ansia da prestazione. Mi lasciavo inebriare dai dolci effluvi sprigionati dalla pelle del mio amato, cedevo a lui incondizionatamente il controllo del mio corpo, che si sospingeva verso il suo con la forza delle onde del mare quando, all'inerzia del bel tempo, succede l'uragano che lacera le vele. Tutta immaginazione...
Non avevo considerato, però, che questa astronave, tanto resistente agli assalti degli sguardi di cittadini galattici troppo curiosi, potesse non essere insonorizzata. Ed ecco che giungevano a me lo sventolio delle vesti di cui i due si affrettavano a sbarazzarsi, lo sfregamento ritmico dei tessuti dei loro pantaloni, il contatto delle pelli nude, e quindi... il risucchio delle bocche che si divoravano con voluttà, senza saziarsi mai, i sospiri, prima appena percettibili e via via più nitidi, in un crescendo che sembrava non dovesse raggiungere mai l'acme, poi i gemiti alternati, poi le grida di piacere (chissà se anche gli altri abitanti di V. le avessero udite...). Parole sussurrate, bisbigliate, nella lingua sconosciuta di chissà quale popolo ma che avevo l'impressione di intendere alla perfezione. A tal punto che bramavo di unirmi a loro, di comunicare nella mia lingua – che era anche la loro – le mie emozioni. Desideravo spasmodicamente essere lì dentro, incarnarmi in uno della coppia (magari quello nervoso): godere come lui godeva, sentirmi desiderato come lui lo era, sentire il peso di un altro corpo addosso. Morivo a tal punto dal desiderio di abbandonare il mio corpo inutile e negletto dietro quel cespuglio, a tal punto attirato dal richiamo di quelle voci che mi sfondavano le orecchie e continuavano a riecheggiarmi dentro, senza più lasciarmi tregua, che di colpo... svenni.

Mi risvegliai la mattina seguente, la testa dolorante, sprofondato nel letto di ciottoli che ricopriva il parco adiacente il parcheggio, già affollato di astronavi di ogni colore. Di un unico colore, però: dell'altra, quella della coppia, nessuna traccia. Mi rialzai: mai nella vita mi era capitato di perdere il controllo fino a questo punto, e certamente, in quell'intervallo, il mio corpo senza vergogna aveva già avuto il tempo di offrirsi alla riprovazione generosa di molti degli abitanti della città di V. Poco male. Mi rialzai e raggiunsi il punto esatto in cui l'astronave era stata parcheggiata la veglia. Un altro mezzo, verniciato da cima a fondo di un nero sfavillante, aveva preso il suo posto. Qualcosa di minuscolo però, appena appena visibile, si stagliava contro quello sfondo uniforme, spuntava dalla massa di quell'astronave possente...
Una piuma rosa! Un segno che io soltanto, a V., avrei saputo interpretare (io il pazzo, io l'alieno). Non conoscevo ancora il nome del Pianeta, ma sapevo adesso con certezza di doverlo raggiungere a tutti i costi, e di non avere alternativa. E da allora, non ho mai smesso...


Punteggio complessivo: 30,5