Monica Cirinnà: “Ora lottate con me per adozioni e matrimonio egualitario”

Monica Cirinnà: “Ora lottate con me per adozioni e matrimonio egualitario”
"Una legge contro l'omofobia è necessaria e questo Parlamento ci ha lavorato molto ma, purtroppo, non si è ancora riusciti a giungere ad un testo soddisfacente".

Se c’è una donna alla quale tutti gli italiani dovrebbero dire grazie è senza dubbio la Senatrice Monica Cirinnà. L’Onorevole, nata a Roma cinquantaquattro anni fa, laureata in Giurisprudenza, appassionata di vite, animali, ambiente e sentimenti, è stata prima firmataria e relatrice della legge sulle unioni civili che oggi porta il suo nome, ma anche volto e cuore

>>Continua a leggere su: http://www.gay.it/primo-piano/news/monica-cirinna-intervista-libro

#ARCOBALIBRI contro la censura

#ARCOBALIBRI
Contro la censura, una lettura  collettiva di "libri proibiti"

Dichiarando più volte che la sua amministrazione imporrà «l’interruzione delle iniziative che promuovono indirettamente l’equiparazione della famiglia naturale alle unioni delle persone dello stesso sesso» e aggiungendo che non saranno presenti nelle scuole libri e pubblicazioni che promuovano la diffusione della 
“teoria gender”, il sindaco Federico Sboarina promette una dura politica di censura. L’amministrazione comunale non può però censurare i libri, come già evidenziato in passato dagli organismi competenti a livello sia nazionale che europeo. 

 iniziativa promossa da cittadine e cittadini veronesi, non 
accetta questa ingiunzione discriminatoria e invita tutta la cittadinanza alle 
letture collettive ed itineranti di quei racconti che parlano di uguaglianza, di parità, di rispetto, di diversità, di autodeterminazione, di sessualità, di genere e di tutte quelle storie che propongono modelli e situazioni che si vorrebbero
nascondere o addirittura negare.

Queste storie, queste vite e queste realtà sono le nostre, e non le metteremo a tacere.

Contro la censura leggiamo insieme, libere e liberi da pregiudizi. 

I nostri appuntamenti itineranti:

• Sabato 21 ottobre dalle 10.30 alle 12.30
  di fronte alla Biblioteca Civica.

• Sabato 18 novembre dalle 10.30 alle 12.30
   in Piazza Dante

• Domenica 3 dicembre dalle 15.00 alle 17.00
   in Piazza San Zeno (tra P.zza Bacanal e via Porta S. Zeno)

Per contattarci: 
arcobalibriverona@gmail.com

leggi anche su: veronalgbtqi.blogspot.it/2017/10/arcobalibri.htm

Karl Heinrich Ulrichs 192° anniversario dalla nascita

Oggi 28 Agosto 2017 ricorre il 192° Anniversario dalla nascita del fondatore del Movimento Uranista. Karl Heinrich Ulrichs è considerato il "Nonno del moderno movimento LGBT".

Vedi su:
Oberon Library: Karl Heirich Ulrichs: Karl Heinrich Ulrichs [1825 – 1895] , è uno fra i primissimi militanti del movimento di liberazione omosessuale della storia umana. 

Disuguaglianza e diritti - Souq 2015

Nuovo in catalogo Oberon Lgbt
Disuguaglianza e diritti - Souq 2015
A cura di Marzia Ravazzini e Benedetto Saraceno

Povertà e ricchezza, centro e periferia, esclusione e disparità. Se l'effetto più vistoso della crisi economica ancora in corso è l'aumento incontrollato della disuguaglianza, lo spazio urbano è il terreno in cui le contraddizioni emergono in tutta la loro drammatica evidenza. In che modo gli operatori pubblici e del Terzo settore possono incaricarsi di fornire risposte alle sempre più diffuse disparità delle metropoli globalizzate? È possibile che la crisi offra un'occasione per ripensare ai diritti delle persone, e mettere a punto risposte più pronte ed efficaci alle situazioni di difficoltà? I saggi raccolti in "Disuguaglianze e diritti". l'annuario 2015 del Centro studi sulla sofferenza urbana - Souq, indagano nella loro complessità economica, sociale, culturale, psicologica - umana - le dinamiche che le crescenti disuguaglianze hanno prodotto nelle metropoli contemporanee, attraverso una lente multidisciplinare, capace di dare conto della varietà delle questioni in gioco. L'analisi degli autori, pur senza trascurare gli aspetti sistemici e macroeconomici, si rifa costantemente ai problemi concreti che chi opera ogni giorno nel sociale è chiamato ad affrontare: dalla sanità al pieno godimento dei diritti della persona, dalla sofferenza psicologica all'immigrazione, passando per lo stigma sociale di chi è senza fissa dimora e per la difficile gestione delle strutture carcerarie.

Vai al dettaglio su ABV (Archivio Bibliografico Veronese - Comune di Verona)

IV Concorso Fantascienza LGBTQI Verona - Classifica racconti

La letteratura ed il cinema di fantascienza e fantapolitica si sono spesso occupati di omosessualità, bisessualità e transessualità. Non trovando una dimensione di accettazione e dignità nella vita reale, personaggi eroi ed eroine, gay, lesbiche, transgender o situazioni e riferimenti all'amore omosessuale, sono stati collocati, soprattutto nel passato, da scrittori e cineasti famosi in romanzi e film. 
Dal 2012, Arcigay Verona Pianeta Urano Verona, attraverso la sua biblioteca "Oberon", in collaborazione con il Milk Verona Lgbtqi Community Center, l'associazione Lieviti, la Libreria Bocù di Verona ed altre realtà associative, organizza un Concorso Letterario di racconti di Fantascienza LGBTQI per scrittori principianti e di professione. Arrivato alla IV edizione, il 21 gennaio scorso si è tenuta la premiazione dei primi sette racconti presentati nel 2016.
Nel 2016 ( anno di approvazione della legge sulle Unioni Civili) Il titolo del concorso, in piena sintonia con la prima grande vittoria del movimento lgbti italiano è stato "Family Apocalips". Qui di seguito la classifica dei primi sette racconti, selezionati e votati da una giuria di blogger, scrittori e professori universitari.

Il IV concorso era dedicato alla memoria di Thomas Ubaldini, scrittore ed attivista di Arcigay Verona, vincitore della prima edizione del concorso e prematuramente scomparso nel 2015. 


Uno speciale ricordo anche per Alessandro Rizzo, giornalista e vicepresidente del Circolo Harvey Milk di Milano, e membro della giuria del concorso, anch'esso prematuramente scomparso pochi giorni prima della giornata di premiazione.

Un ringraziamento speciale va poi al sito FANTASCIENZA.COM per il supporto e la pubblicità a sostegno del concorso.

Classifica racconti:

Neve - Michele Parinello - IV° Concorso Fantascienza LGBTQI - 1°Classificato

Qualcosa da odiare - Jari Lanzoni - IV° Concorso Fantascienza LGBTQI - 2°Classificato

Umuntu Umuntu Ngabantu - Lorenzo Davia - IV° Concorso Fantascienza LGBTQI - 3°Classificato

XX - Marco Taddia - IV° Concorso Fantascienza LGBTQI - 4°Classificato

Neve - Michele Parinello - IV° Concorso Fantascienza LGBTQI - 1°Classificato

Neve
Michele Parinello

Mi chiamo Yuki.
Il mio corpo dimostra diciotto anni, ma la mia mente ha accumulato decenni di esperienze. Ero una professionista del piacere, malgrado il tatuaggio cangiante che percorre la mia pelle continui a trarre in inganno chi ancora crede io lo sia. Uomini e donne di tutte le età e di mirata estrazione sociale hanno chiesto i miei servigi nelle sfumature più disparate, con l'algido distacco e la melliflua presunzione di chi ritiene tutto sia dovuto a fronte di una movimentazione di valuta virtuale. Politici della Federazione Planetaria. Donne aristocratiche annoiate e mogli di magnati industriali i cui mariti sono ormai interessati a cogliere fiori dalle ragazzine piuttosto che petali appassiti dal tempo. Emissari coloniali da Marte e dalla Luna. Pirati dell'anello asteroidale che millantano avventure su pianeti bagnati dalla luce di soli remoti.
Eppure io ho visto più di quanto qualsiasi essere umano non sarebbe in grado di vedere in dozzine di esperienze vitali. Ho contrabbandato me stessa oltre la cintura di Oort rinchiusa in una stiva buia insieme ad altre come me. Ho camminato sui continenti ghiacciati di Europa e nell'atmosfera di vapori di acido solforico su Venere. Mi sono lanciata dalla cima del Monte Olympus e ho esplorato Valles Marineris. Mi sono lasciata cullare dalla gravità lunare nel Mare della Tranquillità. Ho visto con i miei occhi la luce della stella Vega.
Mi chiamo Yuki.
Sono un androide a interfaccia umanoide. I miei blocchi di memoria in platino iridio con inserti al silicio contengono falsi ricordi di sogni infantili che sono stati programmati, generati e installati per fare da cuscinetto alla mia personalità e rendermi quella che dovrei essere.
Ma sono anche in grado di sognare davvero.
Sognavo persino quando i miei clienti infilavano i loro peni turgidi nel mio "tessuto biorganico molle", come lo chiama la nostra madre produttrice. O qualsiasi altro oggetto o appendice corporale la loro fantasia li portasse a eccitazione. In quei momenti la mia mente viaggiava attraverso pareti di pietra e metallo, di atmosfera e vapore, di ossigeno, di idrogeno e di vuoto. Mi sono rifugiata per anni nelle visioni indistinte e nei ricordi dei miei viaggi, mentre umani ansanti e sudaticci si appiccicavano addosso alla mia pelle sintetica, sussurrandomi parole di amore incompreso o vomitandomi addosso rigurgiti di solitudine repressa e violenza gratuita.
Poi l'ho conosciuta. E me ne sono innamorata.
Ero seduta ad assaporare il mio ramen in un chiosco sulla strada sotto l'ombra incombente dei grattacieli del centro di Nuova Kyoto, mentre gli impulsi elettrici della mia ordinazione fluivano dall'elaboratore al cervello elettronico, dandomi la piacevole sensazione che gli umani devono provare quando le papille gustative vengono in contatto con il sapido brodo, i ruvidi tagliolini e la succosa carne di maiale.
Lei è entrata e si è seduta accanto a me. I corti capelli azzurri le danzavano davanti agli occhi color di quell'ardesia di cui si tinge il mare in un giorno di tempesta. Mi ha chiesto in linguaggio standard terrestre cosa avessi ordinato, ha scelto la stessa pietanza e mi ha fissato per un minuto.
Si è morsa il labbro inferiore e, in un giapponese stentato, mi ha detto: <Sei strana. Ma bella. Mi piaci>. E mi ha sorriso.
Le ho dato il primo bacio dopo una lunga passeggiata sulla stazione orbitante Sole Nascente IV. Il ponte era immerso nel buio e le vetrate inclinate si aprivano sulla faccia notturna della terra. I vasti agglomerati metropolitani di quello che un tempo era stato il Canada continentale risplendevano come ragnatele dorate, mentre isolate luci tempestavano il deserto che aveva reclamato gran parte del suolo statunitense risalendo dalla regione equatoriale. Poi il disco solare era comparso da dietro il pianeta, investendoci con le sue prime lame di luce gialla. Non so come ci si possa sentire, usando un detto caro agli umani, a trattenere il fiato per la meraviglia, ma è probabile che i miei circuiti abbiano davvero saltato una serie di bit. Mi sono voltata a guardarla, immersa nella calda luce dell'alba spaziale che le accarezzava il viso gentile. Mi sono avvicinata goffamente e ho adagiato le mie labbra sulle sue, chiudendo gli occhi.
Ricordi come questo hanno colmato i vuoti che la mia finta infanzia mi aveva lasciato in eredità, spingendo in angoli polverosi quelle menzogne e sostituendole con momenti autentici della mia vita.
Hikari mi ha insegnato che noi androidi possiamo provare reciproco piacere connettendo le porte di trasferimento neurale. Il flusso dati è veloce, intenso, prorompente. Possiamo sentire la mente dell'altro accarezzare la nostra, spiarla, respingerne l'erraticità intrinseca come mercurio liquido su una piastra magnetica. Ma abbiamo anche esplorato la nostra sessualità ispirandoci alla biologia dei nostri creatori, rompendo un tabù taciuto che dura da quando il primo androide senziente è stato generato.
Quando Hikari per la prima volta ha accarezzato le mie labbra biosintetiche e ha infilato le dita affusolate nella mia vagina artificiale, ho sentito qualcosa che andava oltre il semplice strofinare di due superfici. Ho sentito la vera, inarrestabile, pura Scarica Elettrica.
Ma col giungere della completezza è nato anche il disprezzo degli altri.
La società in cui ci ritroviamo a vivere ha terrore di quello che è stato definito, nel nostro caso, uno dei tanti malati abomini della modernità. Voi esseri umani trascinate dietro le vostre spalle l'incubo di scoprire ciò che già sapete: che le macchine siano in grado di autodeterminare il proprio destino e che non possano più essere controllare come pupazzi quando vi sedete a giocare a fare gli Dei nel Giardino dell'Eden, del quale vi siete appropriati con la forza e avete stabilito le regole. E cosa è sinonimo di autodeterminazione più di un puro sentimento d'amore?
Per quanto voi siate avanzati tecnologicamente e ostentiate di esserlo socialmente, la vostra visione di concetti quali amore, anima e passione rimane sfumata da cancri rugginosi di retaggio arcaico, medievale e spiritico dalle forti tinte metafisiche. L'anima non è che una costruzione dell'intelletto, sia esso biologico o circuitale, come l'amore e la passione. E laddove per voi è generata dalla chimica e tramite essa si esplicita, per noi è mero, banale, quantificabile elettromagnetismo.
Mi chiamo Yuki.
Sogno di vivere per sempre con la donna della quale mi sono innamorata. Sogno di costruire una famiglia insieme a lei. Ironico come la mia accezione di costruire sia da intendere in senso letterale. Non abbiamo ancora travalicato la sottile linea argentata che separa la fabbricazione dalla generazione. Ma ci sarà un tempo anche per quello.
I governi, le associazioni, le corporazioni, persino le singole persone hanno cominciato a perseguitarci per questo. "Come può una coppia di robot, tra l'altro di analoga sessualità, fregiarsi del titolo di famiglia?" "Due androidi che svezzano ed educano un bambino sono contro natura!" "Se permettiamo che simili abomini vengano perpetrati, quale sarà il prossimo compromesso che accetteremo? Una società robotica indipendente che ci schiavizzi?". Persino l'Enclave degli Automi applica la solita politica di immobilismo, temendo di perdere i privilegi ottenuti negli ultimi decenni.
Mi chiamo Yuki, ma questo non è il mio nome originario, proprio come Hikari non era il suo.
Quelli non hanno più peso e importanza.
L'ho scelto perché, in quell'antica lingua terreste nella quale Hikari si è rivolta a me per la prima volta bypassando il freddo dialetto unificato, significa neve. E io rivedo in me quel candore che è proprio delle anime che perseguono ingenuamente un ideale.
La mia Madre Industria ha rispettato il contratto che mi legava a essa e mi ha liberato dai miei servigi non appena ho pagato un totale ammontante a due volte il mio costo di produzione. Non ci vorrà molto prima che venga rimpiazzata da un'altra come me, magari un modello più bello e avanzato.
Nel frattempo abbiamo requisito questa navetta sub luce a lungo raggio e siamo scappate verso una coincidenza che ci porterà lontano dal mondo che abbiamo imparato a chiamare casa ma che ci ha sbattuto alle spalle la sua porta. Ma non preoccupatevi, ve la restituiremo. Non siamo delle criminali sebbene godiate nel tratteggiarci come tali.
Il nostro reattore bionucleare ha abbastanza potenza da permetterci di accumulare energia di riserva in quantità tali da consentirci, nel tempo che ci separa dalla nostra prossima coincidenza, di dare vita ai nostri figli e donare loro tutto l'amore di cui necessitano. Assembleremo le parti meccaniche in forme che si distacchino dal bieco antropomorfismo a immagine e somiglianza di creatori che ci hanno abbandonato, e lasceremo che la loro mente sia una bianca tabula rasa che possa riempirsi con l'esperienza.
C'è stato un tempo in cui il mondo ha perseguitato le coppie come la nostra composte da esseri umani dello stesso sesso. Poi secoli fa tutto è entrato a far parte del normale stato delle cose. Io e Hikari ci prenderemo sulle spalle l'onere di dimostrare che tra noi e loro non c'è poi tutta questa differenza. E lo faremo per tutti coloro che, come noi, sono obbligati a vivere nell'ombra, da diseredati, mentendo o scendendo a compromessi col proprio io elettronico.
Ma in fondo, a noi basterà esserci l'una per l'altra e per i nostri figli mentre ci addentreremo nelle tenebre del cosmo. Tenebre che non saranno comunque mai cupe quanto le profondità ipocrite dell'animo degli Dei che abbiamo ripudiato.

Qualcosa da odiare - Jari Lanzoni - IV° Concorso Fantascienza LGBTQI - 2°Classificato

Qualcosa da odiare
Jari Lanzoni

Inerme. Così la donna inginocchiata, vestita solo del saio arancione dei prigionieri di guerra, appariva all'Ammiraglio Markus Dynolph, e così lui preferiva averla a disposizione, mentre l’interrogava nella plancia della nave da guerra Aryan. Attorno a lui, in due ali separate, una decina di autoproclamatisi Giudici dell'Alto Comando della Fratellanza della Vera Fede e altrettanti Capitani della Confederazione in candide uniformi. Sopra l’icona stilizzata della Terra si erano fatti ricamare il cuore trafitto da chiodi con al centro una croce quadrata, lo stemma della Vera Fede.
I grandi olovideo a parete mostravano la situazione all'esterno. Sette navi schierate in assetto da guerra attorno alla gigantesca Colonia Stonewall, in orbita geostazionaria sul pianeta Lemmex3, un ammasso di monti metallici e pulsanti gorghi di plasma. Innumerevoli navette corazzate andavano e venivano da Stonewall, con le stive piene di tutto quanto i Marines riuscivano a mettere le mani. Uno degli aspetti più rilevanti della Crociata della Vera Fede di Markus Dynolph: la Pax Confederata aveva reso i mercati stabili, troppo per chi si arricchiva solo con gli sbalzi economici propri della guerra.
“La nostra Colonia non ha alcun vincolo diretto con la Confederazione Stellare” stava dicendo la donna, le cui mani erano state giunte forzatamente con un gel isolante. Alle sue spalle, con la bocca sigillata chirurgicamente, due robuste Sentinelle della Vera Fede la vigilavano con sguardi ottusi. “I rapporti diplomatici sono sempre stati rispettati sin dalla proclamazione di indipendenza dell’anno 2213.”
“Le ho già spiegato che la cosa è irrilevante” tuonò Dynolph, scoprendo una chiostra di denti aguzzi e giallastri. “I coraggiosi volontari della nostra Crociata obbediscono a leggi superiori a quelli dell’uomo!” Su tutte le reti di comunicazioni interstellari erano girati i video dei Militari che si univano alla Crociata, disobbidendo pubblicamente ai richiami all’ordine e alla pace provenienti dai vertici della Confederazione.
“Ammiraglio avete dichiarato l’intento di attaccarci” pur prigioniera, l’ambasciatrice di Stonewall non manifestava il minimo timore. “Non potete fare una cosa del genere appellandovi a chissà quale incomprensibile motivo! Abbiamo il diritto di capire…!”
“Un vero fedele non ha bisogno di capire, ma solo di sapere” tossicchiò uno dei Giudici.
“Volete una motivazione al nostro assalto?” ringhiò Dynolph. L’atteggiamento non dimesso della femmina lo infastidiva terribilmente. “E sia! Lo considererò come l’ultimo desiderio di un condannato.”
Si grattò l’ispida barba nera sul viso pieno e tondeggiante. “Avete stravolto le leggi fondamentali della razza umana: la liberalità sessuale proclamata da Stonewall all’atto della sua fondazione é uno dei semi del Demonio che la Vera Fede condanna da sempre. Non importa se il molle governo Confederale sino ad ora lo ha tollerato: noi non permetteremo che la vostra condotta lubrica condanni l’intera razza umana all’Estinzione!”
“Estinzione?” lei corrugò la fronte. “Abbiamo un tasso di natalità quasi identico a quello delle altre Colonie.”
“Quasi? Ecco il punto: quasi!” strillò uno dei Giudici, con la fronte butterata dagli impianti dermali. “Stonewall esiste da cinquantadue anni e già la vostra natalità è in drastico calo! Non mentite! Conosciamo i dati! E i dati sono tutto!”
“Rispetto al giorno fondazione siamo in calo di nascite solo del 3%. Il 3%!” ribattè lei basita. “Come potete parlare di estinzione?”
“A noi i dati non interessano!” sbraitò lo stesso giudice, strabuzzando gli occhi. “E’ estinzione! Estinzione!”
“Estinzione” ripeterono i più anziani accanto a lui, accaldandosi. “Estinzione!” ripeterono meccanicamente i militari, mentre contrattavano sui display olografici la vendita delle materie appena razziate. “Estinzione!”
“Estinzione?!” replicò lei, con forza. “Con queste percentuali, anche se Stonewall fossa chiusa in sè stessa, ci estingueremmo nell’arco di non meno di due secoli, né più né meno delle altre Colonie.”
“Le altre Colonie” riprese Dynolph. “Dobbiamo spazzarvi via proprio per salvarle! Ormai ben settantaquattro insediamenti hanno adottato il vostro protocollo di parificazione dei nuclei familiari indipendentemente dalle scelte sessuali dei suoi appartenenti. Non sanno, non capiscono, che questo porterà anche loro alla totale sterilità e alla fine della razza umana!”
“Non è così!” La donna scosse il capo. “Voi guardate alla natalità dei residenti, ma ogni anno aumentiamo la nostra popolazione di quasi il 6%, accogliendo gli stranieri che la Vera Fede ignora. Se siamo una delle dieci colonie più ricche è perché garantiamo alle navi profughi un approdo sicuro e parità di scambi commerciale. La Confederazione stessa sa che abbiamo accettato il 97% delle domande di asilo presentate.”
Numeri. Dati. Conferme. Gli Alti Giudici sbuffarono, irritati.
Una delle Sentinelle le allungò un calcio all’addome, facendola cadere carponi.
Alcuni Giudici avevano perso interesse all’interrogatorio e guardavano display cripati, tuttavia sui loro occhi si riflettevano immagini di corpi pallidi e rosati che pulsavano uno sull’altro.
Tutt’altro che domata, la donna rialzò il capo. “Quello che state commente è un abuso! Il Decreto di Autoregolazione Civile delle Colonie esiste da quasi un secolo. La Confederazione e la Flotta non possono intervenire in alcuna scelta delle colonie fino a quando non c’è manifesto pericolo per l’incolumità o la dignità umana dei suoi componenti.”
“Appunto!” ringhiò Atticus Onhe, uno dei giudici. “La compravendita di esseri umani è una lesione alla dignità umana!”
“Nulla di tutto questo è mai accaduto a Stonewall.”
“Sì, invece!” si stizzì lui, con gli occhi serrati e il viso arrossato, a pugni chiusi, in una postura infantile. “Sappiamo del mercato nero di bambini! Sappiamo dei loro rapimenti di massa! Sappiamo delle aste in cui li vendete a parodie di famiglie!” Un filo di bava biancastra schizzò sul suo petto.
“E’ per questo che ora ce li state portando via?” ribattè lei “Per quella vecchia leggenda urbana?”
“Li portiamo al sicuro. E se quelle aste sono una falsità allora dimostratelo!”
“Ma… Come possiamo dimostrare qualcosa che non è mai successo...?” La donna scosse il capo. “Spiegatemi invece voi come sia possibile che la nostra libertà sessuale sia vista come una minaccia!”
“Noi non abbiamo bisogno di dimostrare nulla” ribattè Dynolph. “La verità risiede solo nel cuore dei veri fedeli.”
Abbassò gli occhi sulla propria consolle: la razzia stava già dando i suoi frutti. In cambio delle materie prime promesse, in particolare il prezioso plasma estratto da Lemmx3, ben sette colonie su centododici avevano aderito ufficialmente alla Crociata. Questo avrebbe aumentando l'attrito tra la Fratellanza della Vera Fede ed i vertici della Confederazione Stellare. Dynolph non nascose un sorriso untuoso. Pur di evitare un conflitto interno, la pacifica Confederazione gli avrebbe garantito un lucroso posto a vita in senato. Avrebbe pensato poi a come giustificare la cessazione delle ostilità ai suoi Crociati, la cosa non lo preoccupava particolarmente: non erano persone in grado di comprendere appieno lo schema delle cose o porsi dei dubbi. Si chiese se intraprendere le ambasciate con il governo subito dopo la distruzione di Stonewall, oppure spostare la sua flotta verso Agorà7, un’altra facile preda nota per le sue immense serre idroponiche.

“Adesso basta” disse una voce dall'alto.
Militari, Sentinelle e la Giuria scomparvero di colpo, sostituite da due agenti della sicurezza che stavano al fianco dell’Ammiraglio. Dynolph, confuso, si ritrovò vestito con un camice da paziente ospedaliero, il colletto orlato di bava fino allo sterno, l'inguine maculato da chiazze di orina e altri umori. Attorno alla fronte aveva un dispositivo di controllo psichico. Lo portarono via mentre ringhiava oscenamente parole senza senso.
Lo sfondo svanì mostrando lo scenario attuale fuori dall'Ammiraglia: una flotta immensa di navi della Confederazione faceva da anello alla Colonia Stonewall, ridotta a nulla più di un gigantesco ammasso di metallo annerito, che ruotava sull’asse emanando sporadiche scariche di plasma. Della flotta di Dynolph restavano appena due fregare con lo scafo visivamente danneggiato dal recente scontro. La Confederazione Stellare voleva la pace, ma non al costo di montagne di cadaveri.
“L'indagine è stata chiusa sedici ore fa, Callia” disse la voce sintetica, proveniente da un’altra nave. “Dynolph è stato ritenuto pienamente colpevole di eccidio, sedizione, vendita di schiavi bambini e pirateria. Perché l'hai sottoposto ad un'altra ipnosi olografica?”
“Volevo capire perché ha fatto una cosa simile” Callia Deca si fece scivolare via il saio arancione dei prigionieri che copriva la sua uniforme di investigatrice psichiatrica. “Undicimilacentoquarantadue anime bruciate” deglutì a fatica. “Ma per cosa? Per aver aderito a una scelta di libertà sess...”
“No” la voce di Frydha, il suo ufficiale superiore, perse il consueto gelo. “Non è per quello. Il corpo. Il sesso. L'identità. Non c'entrano nulla. Mai. Semplicemente ci sono persone che hanno bisogno di odiare qualcosa. Bandiera. Razza. Pelle. Religione. Scelte. Devono odiare e suscitare odio nelle menti più semplici per riuscire a colmare...”
Callia attese alcuni secondi “Per colmare cosa?”
Dal trasmettitore non giunse alcuna risposta.
“Frydha?”
L’ispettrice indurì il proprio tono di voce. “Abbiamo seicentodiciotto bambini al centro medico e faranno le mie stesse domande.”
“Domani, Callia” mormorò Frydha, si avvertì un lungo sospiro. “Domani. Ti prego. C’è un limite allo schifo che anche io posso sopportare.”
Il collegamento si chiuse.

Callia si appressò agli schermi guardando Stonewall bruciare. Passò le dita sull’ologramma, cercando quasi di accarezzare le spaccature sullo scafo, come a volerle in qualche modo curare. Lo schermo oscillò, come uno specchio d’acqua increspata da una lacrima.